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S. N. SEMANOV, Makhno. Podlinnaia istoriia,
“AST-PRESS”, Moskva 2001.

Profittando dei minimi spazi di libertà concessi agli storici durante il disgelo kruscioviano, all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso il ricercatore leningradese Sergei Nikolaevich Semanov decise di studiare la figura del bat’ko Makhno e le gesta del movimento da lui guidato (la cosiddetta makhnovshchina). Grandi furono la sua sorpresa e la sua gioia quando, dopo l’uscita d’un suo articolo sul rivoluzionario ucraino, egli ricevette dalla lontana Dzhambul (città del Kazakhstan) una lettera di Galina Andreevna Kuz’menko, la vedova di Makhno della quale nessuno sapeva più nulla. Era la primavera del 1968. A quella prima missiva ne seguirono altre nelle quali, pur se con riserbo e reticenza, Galina raccontò episodi della vita di lei e di Makhno. Semanov si risolse poi a viaggiare fino a Dzhambul, con il pretesto d’una missione di studio negli archivi locali, per incontrare la persona che tante cose sapeva sulla makhnovshchina. Erano i plumbei anni di Brezhnev; e tra i due interlocutori non venne meno, del tutto, la cortina della diffidenza e della circospezione. Eppure furono colloqui oltremodo istruttivi per Semanov, il quale prese nota dei racconti di Galina ed ebbe modo di vedere alcuni documenti che la riguardavano.

Tutto ciò è narrato in questo libro che, pur volendo offrire una ricostruzione autentica e originale del movimento di Makno, risulta utile principalmente per le non poche notizie inedite sulla vita di Galina, sulle lettere da lei scritte all’autore, sui colloqui che Semanov ebbe a Dzhambul con la vedova del bat’ko. Molte cose apprendiamo sugli studi compiuti in Ucraina da Galina, sulla sua famiglia e, soprattutto, sul calvario da lei patito dopo l’occupazione tedesca di Parigi nel 1940: la deportazione in Germania, la “liberazione” da parte dell’armata rossa, gl’interrogatori inflittile dalla polizia sovietica, la vita di stenti nei lager comunisti, il confino nel Kazakhstan. Nelle conversazioni con Semanov, Galina confermò altresì d’aver tenuto, nel febbraio-marzo 1920, quel diario caduto nelle mani della polizia comunista, del quale tanto si è favoleggiato (molti lo giudicarono spurio) e che è apparso integralmente solo dopo la morte dell’autrice, alla fine del periodo gorbacioviano. Una così autorevole testimonianza dovrebbe tagliar la testa al toro, ponendo fine all’annosa disputa sull’autenticità del documento (il quale getta tanta luce sulla vita quotidiana dell’esercito di Makhno).

Della vedova di Makhno, relegata nel lontano Kazakhstan, fino a poco tempo fa non si avevano notizie certe. Oltre che della sua vita di tribolazioni nell’URSS, Semanov c’informa anche della sua morte, avvenuta a Dzhambul il 23 marzo 1978. Nonostante gli appelli da lei rivolti alle autorità sovietiche, essa non venne riabilitata quand’era ancora in vita. Soltanto nel 1989 fu prosciolta dalle infamanti accuse politiche, che le avevano reso così dura l’esistenza nell’URSS.

Il decreto di riabilitazione di Galina riguardava anche la figlia di lei e di Makhno, Elena Nestorovna, il cui triste destino fu somigliante a quello della madre. La moglie del bat’ko aveva messo al mondo la sua unica figlia, il 30 ottobre 1922, in un carcere polacco, dov’essa si trovava rinchiusa assieme al marito dopo la fuga dall’Ucraina conquistata dall’armata rossa. La prigionia in Polonia, pur umiliante, non durò a lungo e fu comunque assai meno crudele di quella che sarebbe toccata alle due donne, nell’URSS, dopo la seconda guerra mondiale. Makhno, assieme alla sua famigliola, poté lasciare presto la Polonia per trasferirsi a Parigi dove, com’è noto, condusse una povera e mesta esistenza fino alla sua morte, avvenuta nel 1934. Elena trascorse dunque l’infanzia e l’adolescenza senz’agi, ma nel libero e vivace ambiente politico-culturale della capitale francese. Tanto più crudele ci appare il suo destino di ragazza e di donna perseguitata prima dai tedeschi e poi dai russi. Non è difficile immaginare quanto amaro e terribile dev’esser stato, per lei ancor più che per sua madre, adattarsi non solo alle sofferenze dei lager e della prigionia, ma anche alla tetra e squallida vita della provincia sovietica. Eppure, quando l’incontrò a Dzhambul nel 1968, Semanov rimase colpito dall’aspetto e dai modi della figlia di Makhno, così insoliti e fascinosi: “И сразу стало ясно – вот истинная парижанка [...] Лёгкая фигурка, быстрые движения, поразительная непринуждённость манер – и всё это вдобавок к сильному французскому акценту и даже, мне показалось, французской фразеологии. Уж как она умудрилась оставаться изящной и обаятельной в городе Джамбуле Казахской ССР?” (с. 311 – 312). Elena dové aspettare, molti anni dopo la morte della madre, la svolta politica seguita all’avvento di Gorbachev, perché il mondo s’interessasse dell’unica figlia del leggendario Makhno. Ma il suo animo di donna quasi settantenne, provata e umiliata dalla vita, era ormai troppo stanco e amareggiato. Val la pena leggere, a questo proposito, un documento – commovente, oltre che istruttivo – riportato da Semanov nel suo libro (pp. 313-314). Si tratta dell’articolo che un giornalista della “Kazakhstanskaia pravda” dedicò a Elena nel numero del 1° dicembre 1990:

“О том, что в Джамбуле живёт семья батьки Махно, я узнал лет двадцать назад. Однако говорить и писать в ту пору об этом было не принято – как-никак “враги народа”. Но весной нынешнего года я отправился в дом на окраине города. На стук вышла пожилая, ростом чуть выше среднего, женщина, с глазами, из которых давно уже ушла радость. Я представился, объяснил цель своего визита.

– Вы не первый, – сказала Елена Несторовна. – Ко мне приезжали работники прессы из Москвы, Ленинграда, сотрудники краеведческих музеев. И всех я просила покинуть мой дом, не теряя напрасно времени, потому что беседовать со мной нужно было несколько десятилетий назад, когда жива была мама. Не тратьте времени и вы.

Я не настаивал. Но вот недавно в пятом номере “Совершенно секретно” увидел материал “Из дневника “матушки” Галины”. Через час я уже входил в дом Елены Несторовны.

– Всё, что здесь написано, все верно, - сказала Елена Несторовна. Об этом мама много раз рассказывала. Да и портреты мамы и папы нормальные, такие, какими они были в жизни, а не карикатурные, какими их изображали, и особенно папу, в кино.

Беседа была трудной. Елена Несторовна то и дело прижимала к глазам платок…

– В Джамбуле очень долго скитались по частным квартирам, –вспоминает Елена Несторовна. – Стоило хозяевам узнать, кто мы такие, от нас старались побыстрее избавиться. Много раз мама писала в Москву, и даже обращалась лично к Ворошилову. Наконец пришли в горисполком бумаги, и нам выдали однокомнатную благоустроенную квартиру…

Я спросил Елену Несторовну, пользуется ли льготами, как реабилитированная. В ответ она устало махнула рукой и вновь прижала мокрый от слёз платок к глазам”.

La maggior parte dei capitoli del libro di Semanov sono dedicati alla vita di Makhno e al movimento politico-sociale da lui capeggiato. Ma essi non aggiungono granché di nuovo a quanto è uscito sull’argomento negli ultimi anni. La letteratura sulla makhnovshchina è ormai copiosa, potendosi giovare di molti documenti da poco venuti alla luce. Anch’io ho di recente dedicato un saggio al bat’ko e al suo movimento, come forse i lettori della “Rivista storica dell’anarchismo” ricorderanno. Mancavano invece notizie sicure e di prima mano sulla moglie e sulla figlia di Makhno, del cui soggiorno parigino negli anni ’20 e ‘30 si conosceva almeno l’essenziale, ma delle quali si erano perse le tracce nel periodo successivo. Dobbiamo quindi esser grati a Semanov per aver fatto luce sull’oscuro e triste destino, che ambedue affrontarono con dignità e coraggio.

Ettore Cinnella